samanthaSamantha Lewthwaite, la donna che stando alle prime ricostruzioni avrebbe avuto un ruolo nella strage al centro commerciale di Nairobi, non è stata costretta a vivere sotto un burqa, come accade alle donne musulmane in Iran o Arabia Saudita. Samantha ha scelto, letteralmente, la guerra santa, si è convertita all’islam nel Regno Unito ed era la moglie di Germaine Lindsay, attentatore del 7 luglio 2005. Questi “terroristi bianchi” sono il volto di una nuova élite jihadista internazionale. Non sono i diseredati della terra.
Non hanno nulla in comune con i capi tribù del Waziristan. I morti di Nairobi hanno mandanti in occidente. Perché la minaccia islamista si nutre delle intime contraddizioni del multiculturalismo europeo.


Si parla di altri terroristi “occidentali” che hanno assaltato il centro commerciale keniota, giustiziando chi non sapeva rispondere alla domanda su quale fosse il nome della madre di Maometto. La campagna terroristica contro l’occidente come sistema di valori, interessi e di equilibrio strategico, compresi i suoi alleati nei paesi in via di sviluppo (come il Kenya) ha mutato volto e al Qaida non è più la stessa micidiale brigata militare del terrore che ha buttato giù le torri di New York. Oggi il volto di questo terrorismo è spesso bianco ed europeo, nasce dall’odio di sé dell’occidente, ha il volto efebico del talebano John Lindh. Era stato educato a credere di vivere nel miglior mondo possibile. L’economia americana non era cresciuta tanto quanto negli anni di Johnny. Tutto era libero e “facile” attorno a lui. Eppure il giovane californiano dichiara guerra al mondo dei genitori. Si tratta di terroristi che vogliono sfregiare la società in cui hanno vissuto e che li ha partoriti. Si fregiano di combattere per il Profeta e stanno portando avanti un’azione volta a spazzar via le libertà individuali con l’imposizione di un regime di sottomissione che cancella i valori occidentali. Secondo la vulgata, l’occidente ha creato enormi sacche di povertà e il terrorismo islamico è il frutto della globalizzazione.


Ma ci dice altro il profilo del terrorista tracciato da Jason Burke: quasi sempre laureato, benestante, con un lavoro corrispondente al titolo di studio, questo terrorista sembra uscito dal romanzo di Hamid Mohsin “Il fondamentalista”, in cui il protagonista è un giovane pachistano, ammesso a Princeton e che dopo la laurea summa cum laude viene assunto da una prestigiosa società di consulenza newyorchese. Lo stesso vale per uno degli assassini di Daniel Pearl, Ahmed Omar Saeed Sheikh, nato in Gran Bretagna da un commerciante di tessuti, Ahmed aveva ricevuto la migliore educazione alla London School of Economics. Ma in cuore coltivava un odio inestirpabile per l’occidente. Un odio che faremmo bene a decifrare.

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