Cristiani perseguitati
“Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”
11 dicembre 2018 * S. Damaso I papa
sudanIl governo del Sudan deve indagare urgentemente sulla denuncia di torture e maltrattamenti inflitti a 9 cittadini cristiani detenuti dai Servizi nazionali di sicurezza, dopo accuse di apostasia. Lo chiede il Centro africano per gli studi sulla giustizia e la pace (African Centre for Justice and Peace Studies, ACJPS), invitando inoltre ad abbandonare le accuse di apostasia contro un Pastore cristiano protestante del Darfur, ad assicurare il rispetto dei diritti religiosi e garantire la libertà di credo per ogni cittadino, come previsto dalla Costituzione ad interim del 2005.

Il 13 ottobre 2018, i servizi nazionali di sicurezza (NISS) di Nyala, nel Sud del Darfur, hanno arrestato 12 fedeli di una Chiesa cristiana locale a Nyala. Tre dei 12 cristiani provengono dalla tribù Nuba (Kawaleeb) del Sud Kordofan, e sono stati rilasciati dopo 2 ore. I rimanenti 9, originari del Darfur, sono stati detenuti per 5 giorni. Il 21 ottobre 2018, 8 dei 9 cristiani del Darfur sono stati rilasciati dopo aver dovuto rinunciare alla fede cristiana e annunciare di aver abbracciato l'Islam. Prima del loro rilascio, sono stati accusati del reato di "disturbo della quiete pubblica". Il Pastore che era tra loro è stato formalmente accusato di apostasia ai sensi dell'articolo 126 del Criminal Act del 1991, dopo aver rifiutato di convertirsi all'Islam, ed è stato rilasciato su cauzione il 22 ottobre 2018.
Come hanno riferito i cristiani, durante la detenzione sono stati sottoposti a torture e maltrattamenti. A causa dei maltrattamenti, quattro di loro hanno riportato gravi ferite e devono trasferirsi a Khartoum per cure e trattamenti sanitari.
Come riferito a Fides, l'ACJPS esprime forte preoccupazione per la imputazione di apostasia e la possibilità di comminare la pena capitale a quanti sono riconosciuti colpevoli di apostasia. L'ACJPS rileva inoltre l'applicazione discriminatoria della legislazione da parte delle autorità nei confronti dei cittadini sudanesi non musulmani. (AP) (7/11/2018 Agenzia Fides)


NIGERIA – Rapiti e poi liberati grazie all’intervento della polizia i 4 sacerdoti cattolici nel sud della Nigeria

Sono liberi i 4 sacerdoti rapiti il 6 novembre nei pressi di Abraka, vicino a Benin nello Stato del Delta, nel sud della Nigeria (vedi Fides 10/11/2018). I sacerdoti sono stati rapiti mentre si recavano per un incontro a Uhielle, nello Stato di Edo da parte di alcuni uomini armati, che si sospetta siano pastori Fulani,.
Fonti della Chiesa hanno confermato il loro rilascio, avvenuto nella tarda serata del 9 novembre. I sacerdoti sono stati portati a Benin City, per accertamento medici dopo essere stati soccorsi da una squadra di polizia congiunta degli stati di Delta ed Edo. I rapitori sono fuggiti quando hanno visto che la polizia si stava avvicinando al covo dove erano detenuti gli ostaggi.
I sacerdoti liberati sono Victor Adigboluja della diocesi di Ijebu Ode; Anthony Otegbola, della diocesi di Abeokuta; Joseph Ediae, dell’arcidiocesi di Benin; Emmanuel Obadjere, della diocesi di Warri.
Alcuni sospetti sono stati arrestati dalla polizia dei due Stati in relazione al rapimento. Secondo fonti della stampa nigeriana anche le suore rapite il 25 ottobre sempre nello Stato del Delta (vedi Fides 30/10/2018) sono state liberate a fine ottobre. (L.M.) (Agenzia Fides 12/11/2018)


CAMERUN - Crisi anglofona: liberati gli studenti della scuola

Sono stati liberati i 79 studenti della Presbyterian Secondary School di Bamenda, capoluogo di una della due regioni anglofone del Camerun, quella del nord-ovest, rapiti il 5 novembre (vedi Fides 6/11/2018). Secondo notizie giunte all’Agenzia Fides i ragazzi sono stati condotti dai loro rapitori, nella notte, vicino ad una chiesa presbiteriana nei pressi di Bamenda, e quindi liberati. Un portavoce della Chiesa presbiteriana ha dichiarato che i ragazzi- che hanno dagli 11 ai 17 anni - “appaiono stanchi e psicologicamente provati”. Il rappresentante presbiteriano ha poi lanciato un appello ai rapitori perché liberino i tre membri dello staff della scuola che sono ancora nello loro mani.
A causa del rapimento la dirigenza della scuola ha deciso di mandare a case i suoi 700 alunni e di sospendere le lezioni, affermando che la sicurezza di studenti e personale scolastico “non è garantita dallo Stato mentre i gruppi armati continuamente li attaccano e li rapiscono”.
Da più di un anno le aree del nord-ovest e del sud-ovest del Camerun sono in preda all’instabilità causata dai separatisti di lingua inglese, che hanno proclamato la secessione dal resto del Paese e la creazione di uno Stato indipendente, chiamato Ambazonia (vedi Fides 2/10/2017). La violenta repressione condotta dai militari e gli scontri tra questi e i diversi gruppi secessionisti hanno provocato la morte di centinaia di persone. Oltre 200.000 civili hanno lasciato le due regioni per sfuggire alla violenza e all’instabilità.
(Agenzia Fides 7/11/2018)



PAKISTAN - Un prete: “Asia Bibi è stata liberata da un ordine della Corte Suprema, non dal Papa”

“Nel caso di Asia Bibi non è stato facile emettere un verdetto onesto e indipendente, nel contesto del Pakistan, dove le persone, sull’onda dell’emotività, non sono pronte ad affrontare la verità. La Corte Suprema ha esaminato il caso e ha emesso un verdetto ineccepibile. Bisogna congratularsi con i giudici per il loro coraggio nel dire la verità. In questo caso è stata la Corte Suprema a liberare Asia Bibi; Papa Francesco ha solo pregato per lei e per tutte le vittime innocenti, perseguitate per la loro fede”: lo dice all’Agenzia Fides p. Bonnie Mendes, sacerdote di Faisalabad, per anni direttore di Caritas Asia, mentre in Pakistan non si placa l’attenzione sul caso della donna cristiana condannata a morte per blasfemia nel 2010 e assolta dalla Corte Suprema il 31 ottobre.
Nelle polemiche, soprattutto sui social media, si cerca di coinvolgere anche il Papa: i cristiani in Pakistan sono amareggiati per un post blasfemo pubblicato su Facebook e diffuso nelle reti sociali. Il post ritrae una foto di Papa Francesco e di altri sacerdoti, modificata sovrapponendo loro il volto del Primo Ministro del Pakistan, Imran Khan, e di altri ministri, e alludendo alla presunta regia del Vaticano dietro l’assoluzione.
“È triste e paradossale che, proprio in un caso di presunta blasfemia, non si eviti di ferire i sentimenti dei cristiani che vivono in Pakistan. E’ blasfemo disonorare il nostro leader religioso Papa Francesco, il crocifisso e le vesti sacre usate dai nostri sacerdoti durante la messa”, commenta a Fides Sabir Michael, attivista cattolico per i diritti umani, e aggiunge: “Quanti pensano che l’agire della Chiesa abbia portato all'assoluzione di Asia Bibi sono totalmente fuori strada: per comprendere le ragioni dovrebbero leggere la sentenza di cinquantasei pagine emessa dalla Corte Suprema del Pakistan”
P. Mario Rodrigues, Rettore della Cattedrale di San Patrizio a Karachi, dichiara a Fides: “Papa Francesco ha mostrato grande interesse per il caso di Asia Bibi, in carcere da innocente, pregando per lei. Anche i cristiani di tutto il mondo hanno digiunato e pregato per la liberazione di Asia Bibi, ma la decisione finale è della Corte Suprema”.
L'immagine pubblicata è il risultato della diffusione di notizie false sulla presunta fuga di Asia Bibi dal Pakistan, smentita dal ministro per l’Informazione e dal ministero degli Esteri.
E’ il terzo episodio, in un mese, che tocca contenuti blasfemi verso la fede cristiana. Nei giorni scorsi erano stati segnalati in Pakistan il trailer della serie Tv “Maria bint-e-Abdullah" (Vedi fides 29/10/2018), un vignetta del crocifisso apparsa sul quotidiano Express Tribune (vedi Fides 30/10/2018).
Attualmente nel caso di Asia Bibi l’accusa ha presentato alla Corte Suprema una istanza di revisione della sentenza, possibilità concessa dalla procedura penale. La donna è uscita dal carcere e si trova in Pakistan in una località segreta, sotto protezione. (AG) (Agenzia Fides 13/11/2018)


INIZIATIVE IMPORTANTI

ITALIA - Venezia si tinge di rosso per i cristiani perseguitati

Martedì 20 novembre la laguna più famosa del mondo vedrà i suoi monumenti e persino il mare tingersi di rosso per ricordare la voce dei cristiani che soffrono nel mondo. L'iniziativa di Aiuto alla Chiesa che soffre e del Patriarcato di Venezia è stata presentata oggi a Roma
“L’acqua del Canal Grande si trasformerà nel sangue dei cristiani perseguitati per far volgere ancora una volta lo sguardo del mondo sul dramma dei nostri fratelli che soffrono la persecuzione”, lo afferma il direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia, Alessandro Monteduro, che oggi, a Roma, ha annunciato un evento di grande risonanza internazionale. Venezia, infatti, si tingerà di rosso, i suoi monumenti saranno illuminati e persino la laguna diventerà color porpora, grazie a dei fumogeni, per ricordare i tanti cristiani perseguitati.

L’iniziativa di Venezia
Nell’ambito del pellegrinaggio diocesano dei giovani alla Basilica della Madonna della Salute, Aiuto alla Chiesa che Soffre, il Patriarcato di Venezia con la collaborazione del Comune di Venezia e dei musei civici hanno deciso di dare un segno forte, che aiuti il mondo a ricordare le sofferenze di molti cristiani. La Basilica di S. Maria della Salute, il Ponte Rialto, la Scala Contarini del Bovolo, il Palazzo Ca’ Rezzonico, il Palazzo Ca’ Pesaro, il Palazzo Ca’ Farsetti, il Palazzo Ca’ Loredan, la Torre Civica, il municipio e la biblioteca di Mestre saranno illuminati di rosso, il colore del sangue che molti fratelli hanno versato e stanno versando nel mondo a causa della persecuzione.

La presentazione di oggi
Alla presentazione sono intervenuti il direttore di ACS-Italia, Alessandro Monteduro, Don Joseph Fidelis (Nigeria), Padre Antoine Safwat Tawfik Alan (Egitto), Don Robert Digal (India), Don David John (Pakistan), Suor Caterina Thi Kim Sa Tran (Vietnam), testimoni attivi della sofferenza dei cristiani nel mondo.
Si sono inoltre collegati telefonicamente, l'assessore alla Coesione Sociale del Comune di Venezia, Simone Venturini, e il Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, che ha affermato: “Vorrei che il pellegrinaggio di quest’anno, che vede protagonisti migliaia di giovani, aiutasse a prendere coscienza di qualcosa che attraversa l’umanità, la Chiesa e il mondo cristiano: la testimonianza di fratelli e sorelle che non si tirano indietro. Credo che sia importante che questi giovani imparino questo vocabolario del realismo cristiano”. RV 09 01 2018 Eugenio Murrali



NIGER - Due mesi nelle mani dei rapitori: le iniziative per sostenere p. Maccalli

“Non c’è nessuna notizia certa su dove si trova e sui passi intrapresi per liberare p. Gigi Maccali. Non viene meno, tuttavia, la fiducia in chi sta facendo di tutto per la sua liberazione. Un grazie alle innumerevoli persone che si sono mobilitate, sia per tenere accesa la fiamma della preghiera, sia per tenere alta l’attenzione delle istituzioni, sia per testimoniare la propria vicinanza e solidarietà alla famiglia e ai confratelli e ai cristiani del Niger”: lo dichiara all’Agenzia Fides padre Marco Prada, della Società per le Missioni Africane (SMA) di Genova, a quasi due mesi dal rapimento del confratello padre Gigi Maccalli, SMA (vedi Fides 18/9/2018).
“Inoltre - aggiunge padre Marco - il prossimo 17 novembre, a due mesi esatti dal sequestro, il Vescovo di Crema, mons. Daniele Gianotti, presiederà la veglia di preghiera e la marcia organizzata dal Centro Missionario di Crema, diocesi di origine di padre Maccalli”. Per l’occasione il settimanale diocesano di Crema, nell’edizione di domenica 18 novembre, uscirà con un inserto contenente diverse lettere scritte dal missionario rapito durante gli anni di missione in Niger.
“Hanno risposto in tanti alle iniziative a supporto del nostro confratello” aggiunge p. Prada. “Tra queste la comunità SMA di Feriole (Padova) organizzerà una veglia di preghiera nella stessa data, in collaborazione con la parrocchia. La comunità SMA di Genova, venerdì 16 novembre, a partire dalle 21, proporrà un incontro di preghiera nella sua cappella. Anche in India si prega e si digiuna per p. Gigi, su invito della nostra comunità locale. E le comunità di Irlanda, Spagna, Francia, con i loro amici e simpatizzanti, si uniranno a questo grande movimento di solidarietà. Molte altre sono già state programmate in parrocchie, gruppi, movimenti, per non lasciar passare nell’indifferenza il 60° giorno di prigionia di p. Gigi”.

Il missionario riferisce: “I nostri confratelli in Niger continuano a visitare alcune comunità cristiane fuori Niamey, anche nella zona di frontiera con il Burkina Faso, dove è stato rapito p. Gigi Maccalli. Potranno raccogliere le testimonianze della popolazione e ottenere qualche notizia in più su ciò che sta accadendo. I mass-media infatti ci riportano informazioni su un'operazione dell'esercito nigeriano, ancora in corso, per contrastare i gruppi jihadisti presenti in zona”.
La situazione in Niger continua ad essere critica. “Scene di guerra vi sono anche a Torodi, cittadina e parrocchia a circa 60 chilometri dalla capitale”, hanno riferito a Fides fonti locali. “Come annunciato dal ministro degli interni, le forze governative hanno attaccato i gruppi jihadisti installatisi nella zona, proprio dove è stato rapito padre Maccalli. Secondo la testimonianza di alcuni missionari, vi sono stati diversi feriti e due morti tra i militari nigeriani. Nulla si sa per ora delle perdite dei gruppi menzionati. L'operazione è apparentemente ancora in atto”, concludono le fonti.
(MP/AP) (9/11/2018 Agenzia Fides)
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