Cristiani perseguitati
“Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”
23 aprile 2018 * S. Adalberto vescovo
Etienne“Don Étienne è stato ucciso sul campo” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Théophile Kaboy Ruboneka, Vescovo di Goma, capoluogo del Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, descrivendo la morte di don Étienne Sengiyumva, parroco di Kitchanga ucciso ieri, domenica 8 aprile, a Kyahemba.
“Dopo aver celebrato la Messa a Kyahemba una circoscrizione della sua parrocchia, intorno alle 15, don Étienne aveva riunito i suoi collaboratori, quando un uomo armato, accompagnato da altre persone, è entrato nella sala della riunione ed ha sparato a bruciapelo alla testa del sacerdote, uccidendolo sul colpo” racconta Mons. Kaboy Ruboneka. “L’omicidio è stato cosi rapido che gli astanti non si sono resi conto del numero di persone che sono entrate nella sala per uccidere don Étienne”.

In una dichiarazione rilasciata a caldo all’Agence France Presse, Mons. Louis de Gonzague Nzabanita Sebakara, Vicario Generale di Goma ha accusato dell’uccisione il gruppo Maï-Maï Nyatura. Nel colloquio con Fides Mons. Kaboy Ruboneka afferma che “è difficile attribuire delle responsabilità. La nostra regione è infestata da gruppi armati diversi, almeno 15, che non si riescono a smantellare nonostante la presenza dell’esercito regolare e dei Caschi Blu della MONUSCO (Missione ONU nella RDC)”.
“Don Étienne è il terzo prete ucciso nell’area” ricorda il Vescovo. “Le inchieste sui responsabili di queste morti non concludono mai nulla. Da parte nostra faremo di tutto per identificare gli assassini di don Étienne, anche se non ci facciamo molte illusione. In questi casi i testimoni temono per la propria vita e quella dei loro cari e difficilmente offrono elementi utili alle indagini”.
Sempre nella diocesi di Goma, la domenica di Pasqua era stato rapito don Célestin Ngango, parroco di Karambi (vedi Fides 4/4/2018) che è stato poi liberato il 5 aprile (vedi Fides 7/4/2018). Secondo Mons. Kaboy Ruboneka tra i due episodi non ci sono relazioni. “Torno a ripetere: nella nostra regione ci sono così tanti gruppi armati che è difficile capire chi ha commesso quell’azione o quell’altra. Qui nel Nord Kivu viviamo nel caos totale. La situazione della mia diocesi di Goma, come quella di Butembo-Beni, è incredibile. Siamo completamente abbandonati da tutti; viviamo solo grazie alla Provvidenza. Chiedo ai fedeli della Chiesa universale di pregare per la nostra regione affinché possa ritrovare la pace” conclude Mons. Kaboy Ruboneka. (L.M.) (Agenzia Fides 9/4/2018)


PAKISTAN - Strage di cristiani innocenti: minoranze sotto attacco

"È triste constatare che, anche questa volta, la nostra gente venga attaccata e uccisa proprio in concomitanza di una nostra festa religiosa. Prima la bomba a Natale, ora una strage di innocenti a Pasqua. Sto pregando per le persone colpite e prego Dio perché possa cambiare il cuore di coloro che sono coinvolti in questi atti di terrorismo": lo dice all'Agenzia Fides p. Wajid Michael, prete cattolico, che ha celebrato il rito funebre di Pervaiz Masih, un suo parrocchiano ucciso a Quetta, capitale della provincia del Beluchistan, lunedì 2 aprile. Quattro uomini, tutti membri della stessa famiglia cristiana, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco davanti alla casa di Pervaiz Masih, nel quartiere di Shah Zaman, a Quetta, e una ragazza, la figlia di Pervaiz, è stata ferita. Tre di loro, parenti di Pervaiz, provenivano da un villaggio dei pressi di Lahore, in Punjab, e i loro corpi sono stati ricondotti là per il funerale e la sepoltura. Pervaiz è invece sepolto nel cimitero cristiano di Quetta.
P. Wajid Michael dichiara a Fides: "È scioccante sapere che una famiglia viene sterminata davanti al cancello della propria casa. La strage è avvenuta mentre la famiglia stava per iniziare il viaggio per andare in gita. La protezione e la sicurezza delle minoranze è diventata una questione importante per il governo del Pakistan: tutte le minoranze religiose tra cui cristiani, indù, sciiti e molte altre sette islamiche si trovano ad affrontare discriminazioni, violenze e terrorismo", rileva il parroco.
Più di trecento fedeli hanno partecipato ieri ai funerali di Pervaiz Masih, che aveva accolto i suoi parenti da Lahore per celebrare la Pasqua nella colonia di Shah Zaman, un quartiere di Quetta a maggioranza cristiana. Uno dei vicini di casa ha riferito a Fides: "Due uomini armati in motocicletta hanno aperto il fuoco sulla famiglia seduta su un risciò. Quattro adulti, Pervaiz Masih, Tariq Masih, Imran Masih e Firdous Bibi sono morti, mentre la figlia di Pervaiz Masih è ferita ed è in cura in ospedale"
Azeem, catechista della zona, rileva: "La maggior parte delle case della strada appartiene a famiglie cristiane; si tratta di una strada chiusa. Gli aggressori hanno sparato e poi sono tornati indietro sulla stessa strada. Tutta la zona è in preda alla paura, e i membri della famiglia attaccata sono in stato di shock. Si tratta di una grave perdita per la famiglia perché Pervaiz Masih si prendeva cura e garantiva il sostentamento economico della sua famiglia. Gli altri tre erano parenti che venivano a Quetta per la prima volta ".
Secondo i resoconti circolanti, lo Stato Islamico (Isis) ha rivendicato la responsabilità dell'attacco ma non ha fornito alcuna prova a riguardo. Altri osservatori citano il gruppo terrorista Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), attivo nella zona. Moazzam Jah Ansari, un funzionario della polizia ha dichiarato: "È un atto di terrorismo e sembra essere un attacco mirato".
A dicembre 2017, la Bethel Memorial Methodist Church di Quetta è stata attaccata da due attentatori suicidi la terza domenica di Avvento, che hanno ucciso 14 persone e ferito 56. (AG) (Agenzia Fides 4/4/2018)



Disastro umanitario in Venezuela: popolazione provata da fame e malattie

In Venezuela si muore di fame: questa la realtà del Paese latino-americano da tre anni sprofondato in una crisi che va peggiorando.
Ai nostri microfoni Ingrid Dussi di "A.L.I"., denuncia la mancata richiesta di aiuti internazionali, ormai indispensabili per salvare la popolazione che intanto si dà alla fuga.

Il Venezuela è alla fame. Da settimane nelle chiese, durante le celebrazioni, si distribuisce ai fedeli qualcosa fatto di farina di mais al posto dell’ostia. La farina infatti è razionata nel Paese, come gli altri generi alimentari. Il governo consegna a ciascuna famiglia una scatola con del cibo di scarsa qualità e che finisce in pochi giorni.
Lo conferma ai nostri microfoni Ingrid Dussi dell' "Associazione Latinoamericana in Italia", (A.L.I.).
Dalla Colombia il dono delle ostie
E’ così che, accanto agli altri aiuti, la Chiesa colombiana ha donato 250.000 ostie per la Pasqua alle diocesi del Venezuela. Lo annuncia un comunicato della diocesi di Cucuta, la più grande città della Colombia, al confine con il Venezuela.
Le ostie sono stati consegnate dal vescovo di Cucuta, mons. Victor Manuel Ochoa, sul ponte Simon Bolivar che collega i due paesi, "in modo che il clero venezuelano possa celebrare la Messa di Pasqua".
In Venezuela manca tutto
Oltre alla diffusa carenza di ogni genere di beni, il Venezuela è di fronte all'iperinflazione, prevista al 13.000% nel 2018. Nel Paese manca tutto: acqua, energia elettrica, medicine, molti ospedali sono stati chiusi, i ragazzi non vanno più a scuola. “Le scuole sono aperte, ma l'affluenza è del 40% – dice La Dussi – perché i bambini sono troppo deboli e non ce la fanno più, anche le iscrizioni all’università sono diminuite, anche perché gli stessi professori se ne sono andati, come molti medici e molto personale di tutte le categorie professionali”.
La fuga nei Paesi confinanti
Centinaia di migliaia i venezuelani fuggiti dal loro Paese, più di mezzo milione hanno cercato rifugio in Colombia, e in Brasile dove si vive una vera emergenza, e si rende necessario pensare all'allestimento di campi profughi, con l'aiuto della Caritas e di altre Organizzazioni internazionali, per accogliere gli esuli.
Ma accogliere chi fugge non dalla guerra, ma dalla fame, non è facile. Non è previsto infatti che si attivi lo strumento del canale umanitario, spiega Ingrid Dussi. “Chissà – continua – che questo non richiami l’attenzione della Comunità internazionale. Il problema è però che il governo di Nicolas Maduro, non intende ammettere il fallimento della sua gestione e invece di rivolgersi alla Comunità internazionale, continua ad accusare della crisi il nemico di sempre, cioè gli Stati Uniti, parlando di una 'guerra economica' messa in atto nei confronti del Venezuela da potenze imperialiste".
(Adriana Masotti - Città del Vaticano RV 01 04)


Svezia, aumenta la violenza contro i rifugiati cristiani

Secondo un’inchiesta dell’ONG Open Doors, su 123 rifugiati cristiani intervistati in Svezia, tutti dichiarano di aver subito delle violenze causate dalla loro fede in Gesù Cristo per un totale di 512 casi di discriminazioni.


Dopo molteplici violenze e atti vandalici contro fedeli e simboli cristiani in Germania, incluse scritte “Tagliamo le teste ai cristiani” nei campi profughi, è arrivato il momento della Svezia, e a soffrirne sono proprio i rifugiati cristiani, gli stessi che sono riusciti a fuggire dalle violenze dei tagliagole dell’ISIS.

Secondo un’inchiesta dell’ONG Open Doors, su 123 rifugiati cristiani intervistati in Svezia, tutti dichiarano di aver subito delle violenze causate dalla loro fede in Gesù Cristo per un totale di 512 casi di discriminazioni.

Il 65% degli intervistati dichiarano di avere subito degli assalti fisici violenti mentre quasi la metà (45%) ha ricevuto minacce di morte. Il 6% è stata vittima perfino di attacchi sessuali.

Quasi la totalità dei soprusi (96%) è perpetrata per mano di altri profughi o immigrati proprio nei centri di accoglienza che dovrebbero proteggere le persone scappate dalle bombe o dal terrore dei miliziani neri del Califfato. Una consistente percentuale (23%) rivela che le violenze o discriminazioni sono state compiute anche da interpreti o traduttori.

La maggioranza delle vittime (77%) si è convertita al cristianesimo da un’altra fede. Ricordiamo come in molti paesi musulmani la conversione a un’altra religione diversa dall’Islam è punita anche con la pena di morte.

“Nonostante la Svezia si prodighi nel contrastare fenomeni di razzismo contro rifugiati mussulmani, le autorità si dimenticano totalmente le sofferenze dei rifugiati cristiani”, attacca Jacob Rudenstrand, leader della chiesa evangelica svedese.

Un dato molto preoccupante è che sui 512 casi di violenze svelati dai 123 rifugiati cristiani intervistati, solo il 33% sono stati denunciati alla polizia per paura di ritorsioni o per sfiducia del sistema di sicurezza scandinavo.

La Svezia è ormai lontana da essere quel paradiso di sicurezza che era entrato nell’immaginario comune. In una recente indagine del The Times, si rivela come in un paese da 10 milioni di abitanti, solo nel 2017, vi siano stati 320 sparatorie e dozzine di attacchi bomba. Bisogna contare anche 110 omicidi e oltre 7000 stupri con un incremento del 10% rispetto al 2016. Innumerevoli attacchi contro la polizia che ha dovuto ammettere di essere incapace nel far fronte a questa escalation di violenza, specie in alcune zone del paese abitate prevalentemente da immigrati che vengono dichiarate addirittura “No-Go Areas”.

(di Marco Gombacci - Ven, 23/03/2018 - 18:43 IL GIORNALE)
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