Cristiani perseguitati
“Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”
13 agosto 2020 * SS. Ponziano e Ippolito
Suor RosemaryIn Uganda i rifugiati sudsudanesi mancano di tutto. Le capanne dove si rifugiano sono precarie. Non c’è lavoro. Per i ragazzi non ci sono molte opportunità per continuare gli studi. I malati sono tanti e non sempre hanno le cure adeguate. I terreni su cui vivono si trasformano in paludi nella stagione delle piogge. Parlando all'Agenzia Fides, suor Lorena Ortiz, religiosa comboniana, lancia l’allarme: nei campi profughi ugandesi è emergenza. Suor Lorena e le sue consorelle si prodigano per riuscire a dare una speranza e a fornire aiuti e solidarietà, a fianco degli interventi dell’Unhcr, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati, e di alcune grandi Ong. I bisogni sono però tantissimi.
Le stesse suore comboniane sono “profughe”. “Insieme a due consorelle - racconta a Fides suor Lorena - abitavo a Kajo Kejii, un centro nella regione sudsudanese di Equatoria, ai confini con l’Uganda.

Poco più di un anno fa nella zona è aumentata la tensione. I ribelli hanno iniziato a dare la caccia ai dinka, i membri dell’etnia del presidente Salva Kiir. Parallelamente i miliziani hanno fatto pressioni affinché i civili lasciassero la zona. Dicevano che si stavano preparando a uno scontro con l’esercito di Juba e che la zona non era più sicura. Donne, bambini e anziani sono fuggiti. Anche noi ci siamo trovate sole e siamo state costrette a fuggire. Appena uscite dal Sud Sudan, i ribelli hanno saccheggiato la nostra comunità e hanno portato via tutto”.
Le suore si sono trasferite nel distretto di Moyo in Uganda, e vivono in mezzo a enormi campi profughi improvvisati, dove si trovano 180mila donne, bambini, anziani, disabili: nel Nord dell’Uganda sono un milione i sudsudanesi che hanno cercato rifugio. E' un’umanità dolente che deve organizzarsi la vita in aree marginali. Gli addetti delle Nazioni Unite forniscono ai nuovi arrivati teloni che servono come tende. “I teloni si sono rivelati utilissimi nella stagione delle piogge - continua la religiosa - ma il caldo li ha poi seccati e, quando sono tornate le piogge, molti rifugiati, soprattutto i più deboli, si sono trovati senza protezione. Anche noi, con mezzi di fortuna ci siamo costruite una piccola casa e viviamo in mezzo a loro, aiutandoli per quanto possiamo”.
Le suore organizzano momenti di preghiera e di lettura delle Sacre Scritture e tengono accesa la fiammella della fede, confidando in Cristo, in quella difficile situazione. Curano anche progetti di microcredito per aiutare le donne a organizzare piccole attività agricole e commerciali. “Molti anziani sono malati - osserva la suora - noi li aiutiamo ad accedere alle cure e a costruirsi rifugi sicuri. Sosteniamo, per quanto possiamo, anche gli studenti a proseguire i loro studi”. Le suore non sono sole. L’Onu garantisce il cibo (fagioli, mais, olio e sale). Ci sono poi alcune Ong che lavorano nel settore dell’educazione, del sostegno psicologico, del sistema igienico-sanitario. “Nonostante questi sforzi - osservo la religiosa -, la vita nei campi è precaria. La gente manca di quasi tutto e, soprattutto, non ha alcuna prospettiva per il futuro”.
Di fronte a questa massa di rifugiati la risposta dell’Uganda non è stata univoca. “In un primo momento - conclude suor Lorena -, gli ugandesi hanno accolto favorevolmente i sudsudanesi. Hanno concesso loro di stabilirsi sui terreni che non erano destinati alla coltivazione. Li hanno aiutati in varie forme. Una piccola frangia però ha iniziato a protestare: contestano il fatto che ai sudsudanesi vengono forniti aiuti a pioggia e a loro nulla, e che i rifugiati non pagano un affitto per l’occupazione dei terreni. Alcuni gruppi hanno imposto alle Ong di assumere solo ugandesi. Purtroppo le resistenze ci sono. Ma, va detto, la maggior parte degli ugandesi ha ancora un atteggiamento positivo”.
(EC) (Agenzia Fides 21/3/2018)

CENTRAFRICA - Il martirio di Désiré Angbabata, quando il corpo diventa un calice
A Séko (Centrafrica) l'abbé Désiré Angbabata è stato ucciso insieme a una decina di fedeli da un gruppo islamista.




In Centrafrica il Venerdì santo è arrivato quest'anno con un po' d'anticipo. Non siamo infatti ancora entrati nella Settimana santa, che siamo improvvisamente raggiunti dalla notizia dell'uccisione dell'abbé Désiré Angbabata, insieme ad una decina di suoi fedeli — tra i quali dei bambini — che avevano trovato rifugio nella parrocchia. Il giovane sacerdote centrafricano era da poco tempo parroco di Séko, una piccola cittadina a 60 chilometri da Bambari, nel cuore del Centrafrica. Séko era stata attaccata da uno di quegli innumerevoli e incontrollabili gruppi di ribelli e banditi (in maggioranza di confessione musulmana) sorti dopo lo scioglimento della Seleka, la coalizione che nel 2013 cercò invano di prendere il potere a Bangui, la capitale del paese.
Riferisce da Bangui padre Federico Trinchero, del Convento di Nostra Signora del Carmelo, nella capitale centrafricana. “La Seleka era una coalizione di gruppi ribelli che puntava alla conquista del potere: una volta mancato tale obiettivo, circa due anni fa, la Seleka si è sciolta e quindi ora sono in azione gruppi di ribelli con varie denominazioni che portano a termine diversi attacchi: si dice che l’80% del Paese sia infestato da questi gruppi di ribelli”. Nelle violenze a Séko sono morti, oltre al domenicano Angbabata, anche alcuni parrocchiani: “purtroppo non è stato possibile organizzare un funerale solenne per le vittime - che sono state seppellite vicino la parrocchia – sia perché la chiesa si trova in piena savana, senza grandi vie di comunicazione, sia perché gli spostamenti in quella zona ad alta tensione, con gruppi di ribelli che spuntano da ogni parte, sono difficili”, (spiega padre Federico).
In questo quadro, don Joseph Désiré Angbabata rimane l’espressione della giovane ma coraggiosa Chiesa centrafricana. “Anche in questa situazione drammatica - aggiunge - è bello vedere come la chiesa sia un luogo di rifugio, come la gente abbia fiducia nei suoi sacerdoti, ora in molta parte autoctoni, a fianco dei missionari presenti”. A Séko, i cristiani “si sono rifugiati” nella parrocchia quando la città è stata attaccata. A Markounda, nel nord del Paese, la parrocchia locale “da più di un mese ospita circa 8 mila profughi, persone che vengono dai villaggi limitrofi, dove ci sono stati scontri e incendi”.
L'abbé Désiré, asserragliato nei locali della sua parrocchia con alcuni fedeli, si era semplicemente convinto che bisognava intervenire, parlare con il nemico e cercare di trovare una soluzione per arrestare il vortice della vendetta ed evitare un altro bagno di sangue per il suo paese, ormai stremato da anni di guerra. Una guerra nata per il potere e lo sfruttamento delle risorse minerarie, ma che si è trasformata in uno scontro tra confessioni religiose. Joseph non ha avuto il tempo di negoziare una soluzione con il suo interlocutore. La sua ultima eucaristia è stata celebrata non all'altare, come ogni mattina, ma davanti alla sua chiesa e ai suoi fedeli, versando il suo sangue dal suo corpo diventato improvvisamente un calice.


EL SALVADOR - Ucciso un sacerdote. La Chiesa chiede verità e giustizia
Padre Walter Osmir Vásquez è stato ucciso nella giornata di Giovedì Santo, a seguito di un assalto al veicolo sul quale viaggiava. Ignoto il movente ma il sospetto cade sulle bande criminali infastidite dall’impegno del clero per i giovani emarginati

Giustizia sia fatta "di fronte a tale sacrilegio", è quanto chiede la diocesi di Santiago de María, in El Salvador, a seguito dell’omicidio del sacerdote Walter Osmir Vásquez, avvenuto giovedì sera a Lolotique. Con una nota diffusa ieri la diocesi, alla quale apparteneva il consacrato ucciso, condanna le “violenze di qualsiasi tipo, specialmente quelle che accadono nel contesto della Settimana Santa” e ricorda che padre Walter Vásquez Jiménez, poche ore prima di essere assassinato, aveva festeggiato il settimo anniversario dell'ordinazione sacerdotale.
Padre Walter, 31 anni, originario di Lolotique, era stato ordinato sacerdote nel 2010 ed era vicario parrocchiale a San Buenaventura e Mercedes Umaña. Durante questa Settimana Santa, era stato mandato per le funzioni del Triduo pasquale nella sua città natale.
La sera del Giovedì Santo, dopo aver officiato la Messa a Las Ventas, il sacerdote si stava spostando Las Lajas, per un'altra celebrazione. Mentre si stava dirigendo verso al chiesetta in auto, in compagnia di tre persone, un Suv ha sbarrato loro la strada. Tre uomini armati e con il volto coperto da un passamontagna hanno derubato i passeggeri, poi hanno intimato al sacerdote di scendere dalla vettura e di seguirli. L’hanno portato a una cinquantina di metri di distanza e l’ha gli hanno sparato, compiendo quella che i testimoni sopravvissuti all’assalto hanno definito un’esecuzione.
Il movente dell’omicidio al momento resta ignoto, le autorità locali hanno comunque ventilato l’ipotesi che potrebbero essere state le maras, le bande criminali che tengono in ostaggio le periferie di El Salvador, che con un tasso di 60 omicidi ogni 100mila abitanti, si è trasformato in uno dei Paesi più violenti al mondo.
In El Salvador, le maras sono chiamate “la mafia dei poveri”, poiché imperversano nelle aree più emarginate, dove la presenza dello Stato è debole e la gente non ha mezzi per proteggersi. Si tratta di gruppi di malviventi esclusi dal grande business del narcotraffico, controllato dai cartelli messicani, e che sono dedite all’estorsione delle piccole attività commerciali.
I sacerdoti che vivono ed esercitano il loro ministero in questi quartieri dimenticati, sono, spesso, l’unico sostegno per i residenti. A loro ricorrono quanti non possono pagare il “pizzo”, come pure le madri dei “mareros” (esponenti delle gang) quando i figli sono arrestati e uccisi, o ancora i ragazzini che rifiutano di entrare nella banda. L’est del Paese, l’area in cui risiedeva padre Walter, è quella più colpita dalla violenza delle maras e l’impegno dei sacerdoti in favore degli ultimi infastidisce questi criminali.
Marco Guerra – Città del Vaticano RV 31.03


PAKISTAN - Un cristiano picchiato fino alla morte
Un cristiano pakistano è morto dopo le brutali percosse subite da parte delle guardie di sicurezza e del personale medico di un ospedale a Lahore.

Come appreso dall'Agenzia Fides, Sunil Saleem, 26 anni, è stato ucciso quando è andato a portare del cibo a sua sorella, Kiran Saleem, incinta e ricoverata. La donna doveva essere visitata da una ginecologa, ma la dottoressa, impegnata al telefono, ha chiesto a un'infermiera di effettuare la visita medica. Quando Kiran ha insistito per essere visitata dalla dottoressa, è scoppiata una discussione e il medico, secondo il resoconto inviato a Fides, avrebbe schiaffeggiato Kiran. I familiari della ragazza cristiana hanno protestato. Johnson Saleem, fratello di Kiran afferma che le guardie di sicurezza in servizio hanno minacciato i fratelli della donna, Sunil Saleem, Anil Saleem e il cognato Kashif Shafeeq, giunti in ospedale. E' scoppiata una rissa e le guardie e hanno iniziato a malmenare i tre uomini. Secondo quanto riferito a Fides, le guardie di sicurezza e almeno tre medici hanno continuato a infliggere percosse a Sunil per circa 30 minuti, per poi abbandonarlo in condizioni critiche. Poco dopo Sunil è deceduto. I familiari hanno presentato una denuncia presso la stazione di polizia di Shadman, a Lahore.
Nasir Saeed, direttore dell'Ong “Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement” (CLAAS), che difende i cristiani pakistani, condanna la violenza che spesso in Pakistan subiscono i membri delle minoranze religiose e rileva a Fides: "La brutalità contro il cristiano Sunil non è giustificabile in alcun modo. Troppi continuano ad abusare della legge, a farsi giustizia da soli e a uccidere impunemente persone innocenti. Quando una disputa coinvolge un cristiano, i musulmani si sentono in diritto di compiere violenze intollerabili, sapendo poi di non venire imputati. Questa non è giustizia. È triste constatare che il Pakistan, paese creato con il sostegno delle minoranze religiose, sia diventato un luogo dove le minoranze vivono in costante paura per le loro vite. Il governo del Pakistan non è riuscito a ad assicurare loro protezione. Molti stanno fuggendo dal paese per trovare rifugio in altre nazioni. L'intolleranza contro le minoranze religiose in Pakistan ha raggiunto un livello pericoloso e c'è un'urgente necessità di fermare queste atrocità”. (PA)
(Agenzia Fides 28/3/2018)


Pakistan - uccisi quattro cristiani in un agguato a Quetta
Attaccati da un commando in moto. Si sospetta un’esecuzione jihadista.

Quattro membri della comunità cristiana sono stati uccisi ieri a colpi d'arma da fuoco a Quetta, capoluogo della provincia del Baluchistan, in un attacco che ha causato anche il ferimento di una giovane, ricoverata in ospedale in gravi condizioni. Un funzionario di polizia, Muhammad Anwar, ha indicato che i quattro, si trovavano su un riscio' a motore nella Shah Zaman Road della città quando sono stati affrontati da uomini armati a bordo di una motocicletta che hanno sparato contro di loro a bruciapelo, dandosi poi alla fuga. Per il momento nessun gruppo ha rivendicato l'attentato ma si sospetta che gli autori dell'agguato facciano parte dell'Isis.
Paese sgomento per lo stupro e l'omicidio di una bimba
RV 03 04 2018


INDIA - Orissa: a Pasqua attaccate due parrocchie

In India due parrocchie cattoliche della diocesi di Rourkela, nello Stato dell’Orissa, sono state attaccate nella domenica di Pasqua. Nel villaggio di Bihabandh alcuni criminali hanno dato alle fiamme una vecchia camera adiacente alla sacrestia e adibita a magazzino di oggetti sacri
Nella parrocchia di Salangabahal, – riporta l’agenzia AsiaNews - a poca distanza dal primo villaggio, i malviventi hanno devastato la grotta della Madonna posta di fianco all’ingresso, distrutto e poi fatto sparire la statua della Vergine e infranto anche quella di Gesù Bambino.
Ad AsiaNews mons. Kishore Kumar Kujur, vescovo della diocesi, denuncia: “È stato un attacco premeditato e pianificato. Entrambi gli incidenti sono avvenuti nella notte, all’incirca alla stessa ora. Le parrocchie distano 7-8 km l’una dall’altra. Questa è opera dello stesso gruppo, che è contro la comunità cristiana”.
L’incidente assume una rilevanza particolare, sia perché è avvenuto durante il tempo sacro del Triduo Pasquale, sia perché accaduto in Orissa, teatro nel 2008 della più feroce persecuzione anti-cristiana da parte di gruppi di radicali indù. (Agenzia AsiaNews) RV 03 04 2018




NIGERIA - Preghiamo per l’unica studentessa cristiana Leah Sharibu ancora nelle mani di Boko Haram (su 110 rapite 107 sono state liberate)

Almeno 18 morti in un attacco di Boko Haram in Nigeria
Diciotto persone sono rimaste uccise a almeno altre 84 ferite in scontri che si sono sviluppati nella notte non lontano dalla città nigeriana di Maiduguri, dove si è combattuta una battaglia tra l'esercito e i jihadisti del gruppo Boko Haram.
Secondo Benlo Dambatto, responsabile dei soccorsi, le diciotto vittime sono state uccise mentre cercavano di fuggire dagli scontri in corso e sarebbero civili residenti nelle località di da Bale Shuwa e Bale Kura.
Pochi giorni fa quattro ragazzine erano state riempite di esplosivo e mandate a farsi saltare nel sobborgo di Zawuya, nella stessa zona dello Stato del Borno, uno dei più colpiti dalle violenze di questi ultimi anni. Già in passato Boko Haram ha più volte sfruttate bambine e giovani donne per colpire con attentati suicidi.
A febbraio i miliziani erano tornati ad attaccare una scuola, la Government Girls Science and Technical College di Dapchi, sequestrando almeno 110 studentesse. 107 delle ragazze erano poi state rilasciate, ma cinque di loro avevano invece trovato la morte durante la prigionia.
Secondo il senatore nigeriano Bukar Ibrahim, che rappresenta il distretto est dello stato federato di Yobe, ancora in ostaggio sarebbe Leah Sharibu, non liberata perché di religione cristiana.
(Lucio Di Marzo - Lun, 02/04/2018 - IL GIORNALE.it)

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