In Italia
“Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”
20 marzo 2019 * S. Claudia martire
culleProprio nel giorno in cui alla Pontificia Università Urbaniana si apriva una mostra (vedi foto) dedicata all’eroica famiglia polacca Ulma – padre, madre, sei figli più uno in arrivo: “questa numerosa famiglia”, ha detto papa Francesco, “fucilata dai nazisti tedeschi durante la seconda guerra mondiale per aver nascosto e dato aiuto agli ebrei” –, in Italia l’Istituto nazionale di statistica ha diffuso i dati sulle nascite e sui matrimoni nell’anno 2017.

Altro che famiglie “numerose”, come quella di quei martiri polacchi o come tante nell’Italia di un secolo fa. Il crollo della natalità ha qui toccato nel 2017 il suo livello più basso di sempre. In un paese di 60,5 milioni di abitanti sono nati lo scorso anno appena 458.151 bambini, e ancor meno, circa 440 mila, sono i nuovi nati previsti per il 2018, poco più di 7 ogni 1.000 abitanti, un 30 per cento sotto la media dell’Unione europea, che è già la regione del mondo con il record della denatalità.
Se si pensa che il tasso di fecondità – o “total fertility rate” – che assicura la crescita zero, cioè il ricambio alla pari della popolazione, è di 2,1 di figli per donna, il dato italiano ne è drammaticamente sotto da decenni e nel 2017 è affondato a quota 1,32, con parecchie regioni ancor più avare di nascite e con la Sardegna addirittura precipitata a quota 1,06.
Già questi sono numeri che attestano un’inesorabile marcia verso l’estinzione di un popolo.
Ma ancor più impressionanti sono i dati che riguardano i matrimoni. Erano 203 mila nel 2016 e sono scesi a 191 mila nel 2017, il 6 per cento in meno in un solo anno, un decremento secondo soltanto a quello fisiologico del 1975, l’anno successivo all’introduzione del divorzio in Italia.
Ma attenzione. A calare non sono i matrimoni con almeno un coniuge straniero, né i secondi matrimoni di divorziati e vedovi. Il vero crollo è dei primi matrimoni – meno 7,3 per cento – e più ancora dei matrimoni religiosi, calati del 10,5 per cento tra il 2016 e il 2017.
Così il demografo Roberto Volpi, non cattolico, commenta quest’ultimo dato, sul quotidiano “Il Foglio” del 29 novembre:
“Il motivo per cui questo arretramento del matrimonio religioso è ancor più preoccupante di tutto il resto, è presto detto. Ancora oggi il 70 per cento delle nascite avviene in Italia dentro il matrimonio, ma è il matrimonio con rito religioso quello che assicura nettamente più nascite rispetto al matrimonio con rito civile. Quest’ultimo è infatti soprattutto il matrimonio a cui ricorrono divorziati, vedovi e coppie miste di italiani e stranieri, diversamente dal matrimonio religioso che resta di gran lunga il preferito da celibi e nubili, di età più giovane e con una più alta propensione ai figli”.
E conclude:
“L’alta nuzialità ha segnato in Italia gli anni della ricostruzione postbellica, del miracolo economico, dell’intraprendenza e della fiducia degli italiani nel futuro. Sono i matrimoni a dirci quanto siamo sani o ammalati. Attualmente siamo a uno stadio pressappoco terminale. Non sarebbe male se la Chiesa, la prima a pagare pegno, lo capisse e si desse una mossa”.
Quest’ultima battuta suona paradossale, dopo un doppio sinodo dedicato dalla Chiesa cattolica proprio al tema della famiglia.
Paradossale ma vera, visto come quel doppio sinodo è stato premeditatamente bruciato nella disputa sulla comunione ai divorziati risposati e sull’ammissione misericordiosa di ciò che matrimonio non è, dalle convivenze alle coppie omosessuali.
Una disputa che ha lasciato libero il campo all’offensiva degli avversari del matrimonio vero. Come nel famoso detto di Tito Livio: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Mentre a Roma si discute a vuoto, nella città irrompe il nemico.

fonte: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it
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