In Italia
“Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”
12 dicembre 2019 * S. Costanzo martire
dimaioLe cause immediate, che possono spiegare il vicolo cieco in cui la vita pubblica del nostro Paese è stata spinta dall’ esito delle elezioni dello scorso 4 marzo, sono consistenti e indiscutibili. A monte di esse c’è però una fondamentale causa profonda su cui vale la pena di soffermarsi: si tratta dei frutti amari di un’eredità giacobina, di cui il marxismo fu l’ultimo frutto, paradossalmente dilagata in Italia negli anni della Guerra fredda all’ombra del presunto grande potere democristiano. E’ urgente liberarsene, ma per liberarsene occorre innanzitutto diventarne consapevoli. Non è perciò per erudizione quanto piuttosto per esigenze quanto mai attuali che vale la pena di approfondire il problema.

Per compensare il Partito Comunista Italiano, Pci, del fatto che non poteva far parte della maggioranza di governo pur essendo votato da oltre un quarto degli elettori, negli anni della Guerra fredda la Democrazia Cristiana gli lasciò, anzi gli offrì, una posizione dominante in campi che nella sua miopia riteneva secondari: dall’università alla scuola, dall’editoria e dalla stampa alla magistratura. E’ uno squilibrio che peraltro inizia già con la Costituzione dove la Dc rinuncia a introdurre esplicitamente il principio di sussidiarietà, rinuncia a mettere in discussione il monopolio statale della scuola pubblica (iniziato dall’Italia liberale ma completato dal fascismo) e accetta che l’intrapresa economica, definita “iniziativa privata”, venga riconosciuta (cfr. art. 41) solo in modo negativo, come fenomeno da arginare, senza alcun riconoscimento in positivo del suo valore civile e sociale in quanto primo e principale produttore di lavoro, e quindi di ricchezza.

In forza di tale influsso, purtroppo mai adeguatamente contrastato sul piano politico e nemmeno su quello socio-culturale, restano tuttora in gran numero nella cultura politica italiana nefasti e pericolosi relitti: dalla demonizzazione dell’avversario (si pensi alla campagna con ogni mezzo dell’intellighenzija laica-progressista contro Berlusconi) al rifiuto a priori della ricerca del compromesso possibile; dall’affronto dei problemi con il primario obiettivo non di risolverli, ma di prenderne spunto a fini di lotta politica, alla diffidenza a priori nei confronti dell’intrapresa economica, l’ “iniziativa privata”, vista come un’attività sempre tendenzialmente criminale (si vedano al riguardo Roberto Saviano e la sua tesi secondo cui non c’è una differenza sostanziale tra il camorrista e l’imprenditore). E si potrebbero fare molti altri esempi. Seppure nei modi sbracati ma finora non sanguinari dell’epoca, molta parte della vita pubblica italiana resta così ancora ferma all’idea della “violenza, levatrice della storia” già cara a Trotskij, con tutto ciò che ne consegue. Non è detto che tale ispirazione sia nei più consapevole, ma non per questo è meno evidente. La lettura dei giornali e l’ascolto dei tele e radiogiornali ne offre ogni giorno copiosa documentazione.

Senza pregiudizio per le urgenze tattiche del momento, che non vanno di certo trascurate, ci sembra tuttavia indubbio che non si uscirà mai da questo pantano se ci si mette a lavorare a livello strategico, quindi sul piano socio-culturale, perché i relitti di cui si diceva vengano finalmente rimossi dalla scena della vita pubblica del nostro Paese.

fonte: https://robironza.wordpress.com/

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