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“Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”
16 dicembre 2017 * S. Adelaide vergine
jenkins«Come sovente accade, le rivoluzioni irreversibili hanno anche tanti oppositori. Non tutti uguali, però». L’osservazione di Matteo Matzuzzi si trova in un lungo articolo de Il Foglio di lunedì 27 novembre che analizza il sommovimento introdotto nella Chiesa dall’avvento di papa Francesco. «C’è quasi la sensazione che il pontificato di Bergoglio abbia aperto il vaso di Pandora contenente tutte le tensioni accumulatesi nel post-Concilio e tenute a bada nella lunga stagione giovanpaolina, giunta al termine con la rinuncia di Benedetto XVI». Molte e qualificate le voci presenti nel reportage, tra cui quelle del vaticanista Austen Ivereigh e di Massimo Borghesi
Philip Jenkins, tra i massimi esperti di religioni al inondo, l’ha ripetuto di nuovo solo qualche settimana fa: la chiesa cattolica sta andando incontro alla più grande trasformazione da molti secoli in qua. Non un maquillage o una riverniciata alle strutture, ma un cambiamento storico.

Jenkins – la cui ultima pubblicazione tradotta in italiano è La storia perduta del cristianesimo (Emi, 2016) – non si mette a discettare in punta di diritto canonico o in note a pié di pagina di qualche esortazione apostolica, bensì guarda le tendenze, la crescita della popolazione mon­diale, il crepuscolo del cattolicesimo europeo e la vitalità di quello brasiliano, africano, asiati­co. Entro il 2050, ha scritto, “i grandi bastioni della chiesa saranno in America latina (più o meno il 40 per cento) e in Asia (il 12). Senza dimenticare l’Africa, il continente dove il cattolicesimo -giovane e per questo esposto a tutti i rischi del caso- conquista ogni giorno che passa popoli interi a sud del Sahara.

Al principio del Novecento, i tre paesi più cattolici erano Francia, Italia e Germania. Tra trent’anni saranno Brasile, Messico e Filippine. Il Congo avrà in proiezione lo stesso numero di catto­lici che hanno oggi gli Stati Uniti. Non proprio detta­gli. Sarebbe superficiale però bollare tale quadro alla stregua d’una mera valutazione statistica, di una mappa aggiornata della presenza cristiana nel mondo. Sarebbe superficiale e sbagliato perché le conseguenze già s’intravvedono e, sottolinea sem­pre Jenkins, coinvolgono direttamente la leader­ship della chiesa cattolica. A tutti i livelli. La geogra­fia non è la bussola che guida lo Spirito né tantomeno i suoi vicari in terra, però da decenni ormai la geopolitica è tenuta in consi­derazione, con porpore distri­buite anche secondo criteri continentali mi­ranti a rendere più chiara e visibile l’universalità della chiesa. E al­lora, in pochi anni, potremmo avere un cambio so­stanziale nella composizione del Collegio cardinali­zio, con sempre più latinoamericani e africani e asiatici.
Un collegio davvero katholikós che però por­rà anche dei problemi, come peraltro s’è visto nel biennio sinodale, con gli africani – benché sia fuori luogo e banalizzante ricomprendere in tale sintetica definizione il variegato mondo delle chiese di quell’immenso continente – determinati a respingere ogni apertura in fatto di morale, schierandosi di fat­to all’opposto degli esponenti delle vetuste chiese europee, che chiedevano di fare in fretta per dare una risposta chiara alle attese dei loro sempre più scarsi fedeli. “Ma di quali attese stiamo parlando?”, si domandava perplesso il cardinale Carlo Caffarra in un’intervista concessa a questo giornale più di tre anni fa: “Di quelle dell’occidente? E’ dunque l’occi­dente il paradigma fondamentale in base al quale la chiesa deve annunciare? Siamo ancora a questo punto? Andiamo ad ascoltare un po’ anche i poveri. Sono molto perplesso e pensoso quando si dice che o si va in una certa direzione altrimenti sarebbe stato meglio non fare il Sinodo. Quale direzione? La dire­zione che, si dice, hanno indicato le comunità mitte­leuropee? E perché non la direzione indicata dalle comunità africane?”. Ecco il punto, siamo lì.

“Immaginatevi cosa accadrà quando nel 2050, su 120 cardinali elettori, cinquanta saranno latinoa­mericani, trenta africani e quindici asiatici”, ag­giungeva Jenkins. Una situazione potenzialmente conflittuale con la vecchia chiesa europea e con il capovolgimento delle posizioni oggi consolidate. E’ davanti a questa sfida, al mutamento storico che sta avvenendo che si staglia il pontificato di Fran­cesco. Alla base della sua missione c’è la constata­zione che un’epoca s’è conclusa, che la stagione delle grandi battaglie pubbliche per l’affermazio­ne di valori e princìpi è finita, che l’arroccamento in fortini sempre più diroccati non porta più a nul­la. Lo disse bene ai vescovi americani, nel 2015, nella cattedrale di Washington, quando li esortò a uscire dalle ridotte, evitando di brandire la croce come un vessillo – e questi, solo pochi giorni fa, hanno risposto bocciando la candidatura alla gui­da del comitato pro-life del migliore interprete locale della linea di Bergoglio, il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago. “I vescovi hanno alzato il dito medio a Francesco”, ha scritto peren­torio sul National Catholic Reporter Michael Sean Winters.Al di là di questo, c’è la presa d’atto che è neces­sario ripartire dalla base, quasi da capo, magari dai dodici che sparsero il germe della chiesa di Cristo. E’ qui la rivoluzione di Francesco, quella vera e non la riforma delle strutture, le costituzio­ni apostoliche da approvare per l’accorpamento di qualche dicastero vaticano. “Una riforma che il Papa vuole irreversibile”, dice al Foglio Guillau­me Goubert, direttore del giornale francese La Croix, che per corroborare il concetto invita a guardare i nomi dei cardinali creati da Jorge Mario Bergoglio. E come sovente accade, le rivoluzioni irrever­sibili hanno anche tanti oppo­sitori.

Non tutti uguali, però.C’è chi lo fa alla luce del sole, confutando in coscienza e fede i cardini di tale processo e chi, invece, scava i tunnel sotto le mura, all’ombra e in segreto, come fecero le truppe di Saladino con il Guado di Giacobbe, nel 1179. “La grande riforma di Francesco è il risultato del processo della chie­sa latinoamericana iniziato ad Aparecida nel 2007, che è ispirato a una conversione pastorale”, spiega Austen Ivereigh, autore di The great refor­mer. Francis and the Making of a Radical Pope, con ogni probabilità la migliore biografia di Jorge Ma­rio Bergoglio pubblicata finora. “Conversione pa­storale significa andare più vicino alle persone nelle loro realtà concrete, aiutandole a trovare la grazia e un approccio essenzialmente missionario in cui la proclamazione sia kerigmatica e indichi la misericordia di Dio”.“Il nemico della conversione spirituale – prosegue Ivereigh – è la mondanità spirituale, che poi è una chiesa autoreferenziale in cui la dottrina diventa una sorta di ideologia più che un meccanismo di conver­sione e di grazia, e un legalismo in cui la legge si trova in una specie di bolla staccata dalle realtà concrete La conversione pastorale è essenzialmente la missio­ne di questo pontificato”. Per capirlo, il saggista ingle­se suggerisce di tornare alle congregazioni generali del pre-Conclave. “Bisognerebbe ricordare che il car­dinale Bergoglio, allora, usò l’immagine della donna chinata narrata nel Vangelo di Luca per descrivere la chiesa autoreferenziale. Ricordò che Gesù aveva gua­rito la donna di fronte alle autorità religiose, i guardia­ni della tradizione e della legge, che erano furiosi.

Per­ché erano furiosi? Rispondere a questa domanda aiuta a comprendere gran parte della furia irrazionale contro Francesco di coloro che in passato si considera­vano custodi della dottrina e della legge”.Però la divisione c’è, ormai palese e acclarata Schieramenti disposti l’uno contro l’altro, a conten­dersi la patente di cattolicità. Con il Papa in mezzo strattonato e interpretato, con la lettura spesso inte­ressata dei suoi interventi, calati in un contesto che il più delle volte c’entra poco o nulla con l’intento origi­nario. “Un clima di terrore”, si è spinto a dire il Catho­lic Herald lo scorso ottobre, descrivendo la guerra mossa ai teologi “non dai secolaristi, ma dagli stessi credenti”. Si citava il caso del professor Josef Seifert, l’autorevole filosofo cattolico austriaco licenziato dall’arcivescovo di Granada dalla sede locale del­l’Accademia internazionale di filosofia per essersi espresso contro Amoris laetitia, quindi il benservito ­peraltro annunciato da tempo – dato al cardinale Ge­rhard Ludwig Muller, infine la reprimenda pubblica al cardinale Robert Sarah, il prefetto della congrega­zione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti reo d’aver frainteso completamente il motu proprio papale Magnum principium sulla traduzione dei testi liturgici, competenza che per volontà di Francesco è stata delegata pienamente alle conferenze episcopali nazionali. Epurazioni, si sostiene da una parte. Puli­zia, dall’altra.C’è quasi la sensazione che il pontificato di Bergoglio abbia aperto il vaso di Pandora contenente tutte le tensioni accumulatesi nel post-Concilio e tenute a bada nella lunga stagione giovanpaolina, giunta al termine con la rinuncia di Benedetto XVI.


Un redde rationem scontato e inevitabile, quindi. Magari non univoco e uguale a ogni latitudine – “in Francia lo scontro non ha questa portata perché abbiamo vissu­to la lunga crisi con i lefebvriani e le tensioni postcon­ciliari le conosciamo da oltre quarant’anni”, dice Guillaume Goubert, “ma questo è invece certamente vero per l’Italia e ricorda in qualche modo le tensioni tra Siri e Benelli degli anni Settanta” – ma presente e sentito.“Siamo in uno stato di ansia intensa”, osserva R.R. Reno, direttore di First Things, la rivista cattolica americana baluardo della culture war: “Possiamo guardare indietro e constatare che i pontificati di Gio­vanni Paolo II e Benedetto XVI sono stati un unico. lungo pontificato. I due uomini erano naturalmente di­versi, ma perseguivano un’analoga ermeneutica della continuità finalizzata a far progredire i risultati del Vaticano II resistendo al radicalismo scatenato dal Concilio. In più, erano uomini di notevole talento e ca­pacità. Giovanni Paolo II ha vissuto gli eventi determi­nanti della cultura occidentale del Ventesimo secolo. Benedetto XVI è stato uno dei giganti intellettuali del­la sua generazione. Ciò, per così dire, ha dato al vertice della chiesa peso e serietà. Questo però-prosegue Re­no – ha determinato forse un falso senso di stabilità. mascherando la nostra debolezza, benché negli Stati Uniti lo scandalo degli abusi sessuali nel clero avesse già esposto il marcio che c’è nella chiesa e quindi ave­vamo compreso che non tutto andava per il meglio. A questo punto, Francesco è in sella da quasi cinque an­ni. Noi ora sappiamo che lui vuole annullare certi aspetti del pontificato giovanpaolino e ratzingeriano. o almeno andare in nuove direzioni. Ma gli mancano la ponderatezza di Wojtyla e il peso intellettuale di Be­nedetto XVI.

Bergoglio si è circondato di consiglieri che potrebbero avere talento politico o retorico, ma che non sono uomini di peso e serietà”. Che fare dun­que? “Siamo in attesa, non avendo adeguate informa­zioni su dove questo Papa stia andando o se abbia la capacità di andare verso qualcosa di sostanziale oltre i gesti e le battute”. Ecco la difficoltà, così diffusa e pa­lese, a comprendere la svolta di Francesco.Ma davvero il confronto anche intellettuale con i predecessori depone a sfavore del vescovo preso alla fine del mondo? “Le ragioni di questa difficoltà a comprendere Francesco sono diverse”, spiega Massi­mo Borghesi, filosofo e autore del recentissimo Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale (JacaBook): “Una è data dal retroterra culturale e intellettuale di Bergoglio che – come dimostro anche nel mio libro ­non è stato finora indagato. Quando fu eletto Papa Giovanni Paolo II, ci furono studiosi che cercarono di rendere comprensibile la formazione e gli studi di Karol Wojtyla, le sue radici culturali e religiose. An­che allora l’impatto del Papa ‘polacco’ con l’Europa dell’ovest non fu ovvia né scontata. Così ora, nei con­fronti dell”argentino’ Francesco, molti ripetono la li­tania di un Papa che non avrebbe la formazione ade­guata, lo sguardo adatto sulla complessità del mondo contemporaneo.


Il Papa – spiega Borghesi – in realtà ha una formazione complessa e ricca che deve molto ai gesuiti europei, francesi in particolare. La sempli­cità del Papa non va equivocata. Ha scelto la semplici­tà come metodo. Non siamo di fronte a una persona che non possiede le categorie per affrontare il mondo contemporaneo”.Non basta questo, però, a spiegare la mole di peti­zioni e suppliche devote e filiali che s’accatastano, giorno dopo giorno, sulla scrivania di Santa Marta, la residenza del Pontefice: “Il secondo motivo che osta alla comprensione di Francesco è che il Papa ha dato una scossa a una chiesa che si era adagiata. Bisogna guardare i processi di lungo periodo”, dice Borghesi, che spiega: “Dopo il 1989, con la scomparsa del comu­nismo, la chiesa si è adagiata. E’ comparso il mondo nuovo che non corrisponde minimamente alla rina­scita della fede in occidente, profetizzata da taluni in seguito alla caduta del Muro di Berlino. All’indomani della fine del comunismo, è venuto un mondo forte­mente materialista, edonista, immemore della di­mensione religiosa. A fronte di ciò la chiesa, invece di rilanciare una prospettiva missionaria, si è chiusa in se stessa. Ha denunciato il venire meno dei valori cri­stiani dentro la società secolarizzata. E’ qualcosa di giusto e anche di necessario, però la chiesa non può chiudersi dentro il recinto di tre o quattro valori non negoziabili.

L’orizzonte della chiesa non può non es­sere missionario. Davanti all’ateismo libertino – e ci­to Augusto Del Noce – Methol Ferré, il più grande in­tellettuale cattolico latinoamericano della seconda metà del Novecento, diceva che bisogna ritrovare il fattore che ci permette di riscoprire l’amico nel nemi­co. Bisogna riscattare nell’ateismo libertino il deside­rio frustrato della felicità, ed è qui che si inserisce Bergoglio”. Borghesi, a questo punto, ricorre a un pa­rallelismo storico utile a comprendere il discorso: “Von Balthasar, in Abbattere i bastioni (1952), diceva più o meno le stesse cose. Anche allora la chiesa di Pio XII si era chiusa, intimorita dall’avanzare del comu­nismo. Oggi siamo tornati nel recinto e questo rischia di clericalizzare la chiesa, con i cristiani terrorizzati da un mondo tornato pagano. Di fronte a esso pare che l’unica opzione possibile sia quella di denunciare i crimini di Nerone. In questo recinto – il ‘maso chiuso’ di cui parlava Galli Della Loggia – molti hanno però capitalizzato rendite di potere e, ovviamente, ci si tro­vano bene. Da qui la reazione verso il Papa ‘straniero’. Chi lo critica da un lato non possiede le categorie per comprenderlo, dall’altro è urtato dalla sua libertà di movimento.

Il Papa risulta essere destabilizzante per chi ama un mondo trincerato”.Viene allora da domandarsi da dove tragga origine questa realtà trincerata, questa idea di chiesa poco ospedale da campo e tanto fortezza circondata da una sorta di cortina di ferro protettiva. Forse dal quarto di secolo giovanpaolino segnato dalla lotta contro il co­munismo e l’alleanza con l’America reaganiana? “No”, dice Ivereigh, che non vede alcuna cesura tra Bergoglio e il pontificato wojtyliano. “Penso che Francesco stia prendendo i valori non negoziabili di Giovanni Paolo II e li stia estendendo. Quando recen­temente ha dichiarato che la pena di morte è contro il Vangelo, si è confermato coerente con la dottrina prolife di Wojtyla”.“L’ecologia integrale dell’enciclica Laudato si’ – pro­segue Ivereigh – riprende l’ecologia umana di Benedet­to ma afferma con la stessa logica che i cristiani devono prendersi cura del pianeta. Sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI hanno riconosciuto che c’erano situa­zioni di divorzio e nuove nozze che non erano adulteri­ne e richiedevano una speciale attenzione pastorale (da qui il Sinodo e Amorislaetitia). Francesco è sulla scia dei suoi predecessori e può portare avanti la sua rivolu­zione pastorale perché Wojtyla e Ratzinger hanno risol­to le questioni dottrinali alla luce del Concilio Vaticano II. Io – spiega il biografo di Bergoglio – vedo solo conti­nuità, e quanti sostengono che siamo davanti a una rot­tura sono colpevoli dello stesso errore ermeneutico fat­to dai progressisti negli anni Settanta e Ottanta”.Insomma, Austen Ivereigh non vede alcuna situa­zione caotica, se non quella alimentata da chi fatica a sintonizzarsi sulle frequenze di Francesco, non com­prendendo che il suo pontificato non è altro che la quasi naturale conseguenza dei due precedenti. R.R. Reno però vede molta nebbia scendere sul Cupolone, una chiesa liquida che non si sa bene dove vada. “L’ambiguità è il nemico della concordia”, dice.

“Francesco governa con i gesti. Sembra voler allenta­re certi standard morali, ma rifiuta di ridefinirli, sce­gliendo invece di riformulare questioni controverse in termini di discrezionalità pastorale. Si rifiuta di ri­spondere alle richieste di chiarimento. Questa ambi­guità – prosegue il direttore di First Things – crea un’atmosfera di aspro conflitto, mentre coloro che hanno visioni molto diverse continuano a battersi per il futuro della chiesa. Questa situazione, con ogni pro­babilità, è destinata a peggiorare. A un livello che mi pare scioccante, le vecchie linee di battaglia degli an­ni Settanta vengono ridisegnate e le etichette ‘laico’ e `politico’, ‘conservatore’ e ‘progressista’, sono di nuo­vo rilevanti. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI furono in grado di minimizzare questo scontro perché erano entrambi ‘progressisti’ al Concilio, e tuttavia respin­sero il radicalismo che ne seguì. Wojtyla e Ratzinger hanno formulato potenti sintesi personali di diverse tendenze presenti nel cattolicesimo del Ventesimo secolo e hanno avuto la capacità intellettuale di arti­colare le loro sintesi in modo convincente. Papa Fran­cesco non ha avuto alcun ruolo nel Vaticano II e non sembra avere un’idea articolata di come gli impulsi contrastanti della riforma e della continuità si unisca­no nel cattolicesimo post conciliare. E’ – aggiunge Re­no – un poeta della sensibilità, non un filosofo o un teologo, e come molti gesuiti si fa strada intuitivamen­te. Di conseguenza, è improbabile che Francesco esprima una visione sintetica del dopo-Vaticano II. Questo crea un vuoto e ripropone alcune delle vec­chie battaglie degli anni Settanta tra conservatori e progressisti, anche se ovviamente in forme diverse”.Ivereigh vede le cose in maniera diversa, ne fa un problema di lenti sfocate usate per guardare lo stato delle cose: “Francesco non è un liberal che cerca di diluire o adattare la dottrina alla modernità, e coloro che lo attaccano sostenendo che l’ha fatto soffrono di cecità”.

Ma c’è un però, e neppure troppo piccolo: “E’ vero che esiste una ricontestualizzazione della dottri­na, nel senso che viene messa in tensione con le realtà pastorali. Quella tensione è implicita nel Vangelo ed è lì che deve essere la chiesa”. Insomma, “il cristiane­simo non è un sistema etico, ma un mezzo per l’azione salvifica di Dio. In questo senso, Francesco sta recu­perando la dinamica pastorale del Concilio Vaticano II, che si è persa nel (necessario) processo di stabiliz­zazione post conciliare, in cui l’attenzione era rivolta all’ortodossia e all’obbedienza. E’ come se Francesco stesse dicendo ‘bene, abbiamo risolto le questioni dottrinali, ora salviamo e guariamo’. Alcuni – aggiun­ge il biografo del Papa – temono che in questo sposta­mento di priorità ci sarà un ritorno al caos postconci­liare, e con la loro paura e rabbia danno l’impressio­ne di divisione e confusione. Ma penso che la maggior parte dei vescovi e dei cattolici siano con Francesco, comprendono la necessità di trovare un nuovo orien­tamento e stanno bene con lui”. Capiscono soprattut­to che il Pontefice ha a cuore una riforma non delle strutture, ma “dello spirito”, sottolinea Guillaume Goubert. “Il Papa fa appello a una conversione dei comportamenti, pensiamo al discorso sulle malattie della curia. Che senso ha riformare le istituzioni se i costumi rimangono gli stessi?”. Quel che sfugge, e che secondo il direttore de La Croix è all’origine della di­visione nella chiesa, è che il “Papa è guidato dal prin­cipio secondo cui la realtà è più importante dell’idea. La curia, tradizionalmente, ha la missione di applica­re regole severe. E per una parte della gerarchia è in­quietante (o addirittura getta nel panico) non adotta­re automaticamente lo stesso atteggiamento nei con­fronti di tutti i divorziati risposati, per fare l’esempio più di stretta attualità”.Eccola, la rivoluzione vera, la più profonda e più complicata che Francesco tenta di attuare.

Non sa neppure lui se andrà a buon fine: l’importante è avvia­re processi, portare la barca al largo, generare dinamismi e risvegliare quella chiesa che – per dirla con Borghesi – si era da troppo tempo adagiata. Si tratta forse di strutturare o quantomeno delineare addirit­tura un nuovo “modello” di chiesa, che riparta dalle origini e che si tolga tutte le incrostazioni legaliste che secondo tanti ne hanno determinato una sostanziale immobilità? “Non so se Papa Francesco stia ‘proget­tando’ qualcosa”, risponde Reno: “Il suo stile sembra improvvisato, non sistematico. Ciononostante, la chie­sa cambierà certamente sotto la sua guida, anche nel caso ciò non corrisponda a un progetto predetermina­to. Il suo rifiuto di fornire chiarezza dottrinale con ogni probabilità diminuirà l’autorità dell’Ufficio, e ciò porterà la chiesa verso le espressioni più ortodos­se. E questa potrebbe essere un’eredità positiva. Francesco, però, sembra voglia coinvolgere la chiesa in modo più esplicito su questioni politiche globali, come il cambiamento climatico e le migrazioni. E que­sta potrebbe essere un’eredità negativa. La chiesa ­dice Reno – è già troppo una ong con l’incenso”. Tutto da buttare dunque? “Voglio essere chiaro, qualche simpatia per il pontificato di Francesco ce l’ho”, ri­sponde il direttore di First Things, che spiega: “Gio­vanni Paolo II ha affrontato una sfida chiara. Il comu­nismo era un nemico della chiesa e un nemico della dignità umana. Di conseguenza, il ruolo politico più influente di Karol Wojtyla nel resistere alla domina­zione sovietica nella sua terra natale fu innanzitutto un servizio al Vangelo e all’umanità.

La sua testimo­nianza pubblica ha realizzato gli ideali di Gaudium et spes. Papa Francesco non è così fortunato. Le sfide glo­bali cui siamo chiamati a rispondere sono moralmen­te più complesse, non chiare. Inoltre, esse non rappre­sentano direttamente minacce per il ministero della chiesa, ma spesso derivano da ideologie secolari ap­provate dal popolo stesso, quali la battaglia per resi­stere al cambiamento climatico, la promozione di maggiore uguaglianza economica, la resistenza al po­pulismo”. Massimo Borghesi non concorda per nulla sulla presunta “improvvisazione” bergogliana, su un muoversi a tentoni cercando di capitalizzare qualche risultato o, peggio, di salvare la chiesa dall’incalzante minaccia portata dalla secolarizzazione. Ne è certo perché ha scavato nel retroterra culturale del Papa, in suoi scritti datati, rari, nascosti. Scritti che risalgono alla seconda metà degli anni Settanta, quando Bergo­glio era provinciale dei gesuiti in Argentina. Oltre, na­turalmente, alla bibbia del pontificato, l’esortazione Evangeliigaudium del 2013. “In questi scritti Bergoglio – dice il filosofo – rivela una visione dialettica della chiesail cattolicesimo è, storicamente, una forma pa­radossale di continua sintesi degli opposti. E’ una vi­sione molto originale, che mi ha ricordato immediata­mente Romano Guardini e la sua opposizione polare. Si tratta di un filone del pensiero cattolico che parte da Adam Mòhler e prosegue con Erich Przywara, mae­stro di Von Balthasar, Guardini, Gaston Fessard, Henri de Lubac. E’ una prospettiva che permette di capi­re il pensiero originale di Bergoglio e le linee-guida del pontificato”. Ma da dove derivava questa concezio­ne al giovane gesuita argentino che sognava di andare missionario in Giappone? “Non direttamente da Guardini, perché prima de11986, anno del suo dottora­to, la filosofia guardiniana non è al centro della sua attenzione. Gli scritti del futuro Papa non permetteva­no di dare una soluzione.


Da qui, l’idea di rivolgersi direttamente al Pontefice che – aggiunge Borghesi ­con somma cortesia, ha risposto. La sorpresa è che l’autore chiave della sua formazione è Gaston Fes­sard, gesuita, uno dei più grandi intellettuali del No­vecento. Il giovane Bergoglio conosce Fessard attra­verso il suo professore di filosofia Miguel Angel Fiori­to. Attraverso di lui legge La dialectique des Exercices spirituels de Saint Ignace de Loyola. Da qui trae l’idea che la vita del gesuita sia dominata da una tensione tra opposti, tra grazia e libertà, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Bergoglio – sottolinea – tra­sferirà questo ideale travolto dalla crisi politica e so­ciale. La legge che governa l’unità della chiesa è basa­ta su una dialettica polare che tiene uniti gli opposti senza annullarli. Una tensione che poteva trovare so­luzione sul piano ‘superiore’ del Mistero divino che agisce nella storia”. Una polarità vissuta e sperimen­tata anche attraverso lo sguardo periferico, il mettersi distante dal centro per osservare e comprendere la realtà. L’Europa vista dai suoi confini, da Lampedusa all’Albania, dal Caucaso alla Svezia. Come un Magel­lano a circumnavigare il continente per coglierne tut­te le sfaccettature, anche quelle in apparenza meno visibili e nitide. La periferia come concetto chiave del pontificato; idea che però non piace a R. R. Reno: “Non è un termine biblico e, come gran parte della retorica morale e politica del nostro tempo (diversità, inclusio­ne, marginalità), il significato è vago e facilmente ma­nipolabile. Ho sentito che i giovani cattolici conserva­tori delle università laiche parlano di se stessi come di `emarginati’. Intanto, un’epidemia di overdose da eroina colpisce gli americani meno istruiti. Queste persone, però, non si trovano nelle ‘periferie’. La no­stra tradizione parla di un’opzione preferenziale per i poveri, un termine biblico di importanza centrale nel­l’Antico e nel Nuovo Testamento. Questo è un modo migliore di parlare piuttosto che le vaghe evocazioni delle ‘periferie’. Inoltre, evocare le periferie non met­te realmente in discussione la laicità dell’occidente.

Basta vedere la storia degli ultimi cinquant’anni”.Si sente odore di modernismo, dunque, usando ca­tegorie vecchie di un secolo, ma proprio su questo punto Borghesi cerca di fare chiarezza: “Tra coloro che amano dipingere il Papa come un pericoloso mo­dernista – mentre Benedetto sarebbe un solido con­servatore! – è comune la leggenda che Bergoglio deb­ba le sue idee alla teologia di Karl Rahner. Senza qui entrare nel merito della valutazione su Rahner, quello che è certo è che Rahner non ha rivestito alcuna influenza sul futuro Pontefice. Un’influenza certa è invece da addebitarsi al critico di Rahner, Hans Urs von Balthasar. A partire dalla fine degli anni Novanta, Bergoglio ripropone l’estetica teologica di Balthasar, l’unità dei trascendentali dell’essere (bello-bene-vero), la priorità del bello come ‘manifestazione’ del bene e del vero. Per questo- prosegue il filosofo chi accusa il Papa di essere un prassista, di subordinare la verità alla misericordia, dimostra di non comprenderlo. I trascendentali sono inseparabili. La misericordia non può essere contrapposta alla verità, sono due poli della stessa tensione tra universale e particolare, tra la dottrina e il caso specifico”.Alla fine, gli effetti della grande rivoluzione di Jorge Mario Bergoglio si vedranno tra qualche tempo, forse intere generazioni.

Ne è convinto il suo biografo, Austen Invereigh: “Bergoglio sarà ricordato come colui che ha aperto una nuova èra per la chiesa, nella quale la fonte del suo futuro missionario e del suo dinamismo evangelizzatore si sarà spostato dall’Europa all’America latina, e quindi nel sud del mondo. Sarà ricordato come colui che ha portato avanti il progetto pastorale riformista del Vaticano II, specialmente nell’ambito del governo, nell’attuazione della collegialità e della sinodalità e pure nei suoi grandi documenti magisteriali. Sarà ripristinata la credibilità della chiesa e la sua statura del mondo. Francesco, poi, sarà ricordato per uno stile carismatico e personale di grande calore e sincerità, che avrà reso il papato molto più vicino al Vangelo”.L’ottimismo si fonde con la speranza, le finestre sono aperte per far entrare quell’aria fresca di cui tanto parlò, entusiasticamente, il cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio al Soglio di Pietro. All’ombra di San Pietro, però, in tanti la vedono all’opposto: “Non ho visto colombe volare nella Sistina”, disse un cardinale commentando il Conclave del febbraio 2013 dal quale risultò eletto Francesco.

fonte: www.ilfoglio.it
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